Hollande in sordina

Un François Hollande in difficoltà, oggi, non è più un problema solo per gli intransigenti socialisti francesi. Costituisce un’incognita aggiuntiva per l’economia già barcollante della seconda potenza dell’Eurozona, e un vuoto diplomatico che la Germania deve in qualche modo colmare. Perciò ieri sera c’era molta attesa per l’intervento televisivo del presidente della Repubblica francese. “Ho il dovere di ripristinare la crescita”, ha esordito su France2, sottolineando che mentre Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, “sono in recessione”, la Francia è “a crescita zero”.
29 MAR 13
Ultimo aggiornamento: 10:38 | 6 AGO 20
Immagine di Hollande in sordina
Un François Hollande in difficoltà, oggi, non è più un problema solo per gli intransigenti socialisti francesi. Costituisce un’incognita aggiuntiva per l’economia già barcollante della seconda potenza dell’Eurozona, e un vuoto diplomatico che la Germania deve in qualche modo colmare. Perciò ieri sera c’era molta attesa per l’intervento televisivo del presidente della Repubblica francese. “Ho il dovere di ripristinare la crescita”, ha esordito su France2, sottolineando che mentre Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, “sono in recessione”, la Francia è “a crescita zero”. Si è detto favorevole al “rigore” ma contrario alla “austerity” che condanna l’Ue “all’esplosione”, come dimostra l’avanzata dei “populisti in Italia”: “Merkel ne è consapevole”. E’ stato convincente? Si vedrà. Alla vigilia i sondaggi erano piuttosto deprimenti per l’Eliseo. Secondo il Nouvel Observateur, il 68 per cento dei francesi è deluso da Hollande; il 51 per cento – dice un altro sondaggio – lo ritiene un “cattivo presidente”. Nemmeno l’opinione pubblica di sinistra tiene. Si sprecano le espressioni di rimpianto per “l’esprit du Bourget” che Hollande sfoderò nel primo discorso elettorale anti Sarkozy, il 22 gennaio 2012, quando disse tra l’altro: “Il mio vero avversario è il mondo della finanza”. Nemmeno un anno e mezzo dopo, invece, il numero in edicola del Monde diplomatique, mensile di riferimento per molti intellò di sinistra, dedica la prima pagina al “social-disfattismo à la francese”. Una critica serrata a un anno di presidenza Hollande, minata dall’enfasi su rigore fiscale e produttività del lavoro (“i francesi dovranno lavorare di più”, ha detto ieri), oltre che dall’abbandono di battaglie simbolo (la super imposta del 75 per cento sui ricchi si è arenata, ora sarà rilanciata a carico delle aziende). Conclusione: “Come credere che si possa danzare con il capitalismo finanziario senza uscirne danneggiati?”. Hollande è accusato di aver optato troppo presto per “una svolta realista-rigorista”, la stessa svolta cui primo presidente socialista di Francia, François Mitterrand, si piegò dopo aver atteso per lo meno due anni dalle elezioni del 1981.
Il presidente Hollande, con un tasso di disoccupazione che in Francia sfiora l’11 per cento (mai così in alto da 16 anni) e un rapporto deficit/pil che a fine anno scenderà solo al 3,7 per cento, non può permettersi di accontentare tutti. Eppure nemmeno i più riformatori, in Francia, sono pienamente soddisfatti. Un anonimo amico personale del presidente, parlando ieri al Figaro, ha spiegato che Hollande non diverrà comunque uomo di rottura e di messaggi bruschi: “François deve pensare: ‘Lo posso dire, ma a cosa serve?’. Mendès France fu l’incarnazione del ‘parler vrai’, del dire la verità sempre e comunque, ma poi non è stato eletto”. Il politico radical-socialista, in una celebre intervista, disse che i francesi potevano “sopportare la verità”, poi però rimase primo ministro per soli 232 giorni tra 1954 e 1955. Hollande le elezioni presidenziali le ha già vinte, ma per il giornalista-storico anglosassone David Marsh, il fantasma di Mendès France aleggia ancora in Europa. Fu infatti per lo scarso impegno europeista del politico radical-socialista che il processo d’integrazione subì la prima “storica battuta d’arresto”: la bocciatura della Comunità europea di difesa (Ced). Oggi, scrive Marsh nel suo libro “The Euro”, un “passo indietro” simile si verificherebbe in caso di rifiuto esplicito del Parlamento tedesco davanti a una proposta di Angela Merkel di salvare un altro paese in difficoltà.
Cosa sta facendo Hollande per scongiurare questo pericolo?
Eletto nel maggio scorso sull’onda di una campagna elettorale anti austerity e sviluppista, oggi la sua voce in Europa si sente poco. “Nel negoziato sul salvataggio cipriota, la Francia è stata praticamente assente – dice al Foglio Daniel Gros, direttore del think tank brussellese Centre for European Policy Studies (Ceps) – Questo dipende in parte dalla scarsa rilevanza politica che i temi europei hanno per l’elettorato francese, più assorbito dalla crisi nazionale, rispetto all’enorme attenzione mediatica che viene dedicata in Germania”. Poi c’è una spiegazione più strutturale dell’irrilevanza di Parigi: “Nonostante la retorica elettorale, era chiaro sin dall’anno scorso che Hollande non avrebbe potuto mutare di molto gli equilibri europei – conclude Gros – Lo squilibrio in termini di potenza economica tra Francia e Germania ha una base reale ma viene aggravato dalla crisi finanziaria. Pesa il fatto che Parigi negli ultimi dieci anni abbia perseguito una crescita fondata sui consumi e non sull’aumento della competitività”. Per Bloomberg, “i guai di Hollande sono oggi nascosti dalla foglia di fico di Cipro”, cioè dai guai altrui. Risultato problematico: Berlino è, e appare, sempre più sola al comando.